Parliamo di Harry Potter, un fantasy non proprio solo per i bambini

Non ho mai approvato pienamente quelle critiche letterarie che cercano di giustificare ogni aspetto di una narrazione intravedendo teorie e critiche socio-politiche, nonché forme di psicologia spicciola all’interno di ogni opera letteraria. Ho sempre in mente quella short story di Isaac Asimov (The Immortal Bard) in cui Shakespeare si stupiva scoprendo che i critici avevano impiegato sei mesi per analizzare una sua opera, scrivendo volumi sui suoi più disparati significati, mentre lui l’aveva completata e messa in scena in pochi giorni.
Eppure sto per iniziare a imitare proprio questo genere di scrittura pseudo-critica cercando di dar forma ad alcune mie riflessioni su un romanzo, meglio, un fenomeno letterario del momento che si riferisce ad una categoria indirizzata ad una fascia di pubblico generalmente considerato molto poco incline alla letteratura, i bambini.
E questo perché non riesco a considerare la saga di Harry Potter per bambini.
Non sto assolutamente mettendo in evidenza la violenza di alcune pagine o alcune descrizioni paurose: credo che ormai i bambini e gli adolescenti siano avvezzi a scene ben più crudeli, anche solo guadando i telegiornali. Sto semplicemente rimarcando un fatto che mi è apparso evidente sin dalla prima lettura de Harry Potter and The Philosopher’s Stone, e cioè la grande ironia, la satira del nostro mondo che si cela si fin dalle prime pagine.
Non è solo perché siamo lettori scafati e abituati a vedere dietrologie ovunque: è assolutamente evidente il fatto che il mondo magico di Harry Potter è il nostro mondo.
Ma vorrei andare con ordine.
Indubbia è l’influenza di tanta letteratura, ovviamente soprattutto anglosassone, che si riflette nell’opera della F.K. Rowling. Il romanzo gotico di fine 1700 ha fatto molti più seguaci di quanto Horace Walpole avrebbe mai potuto intuire quando scrisse il suo Il Castello di Otranto nel 1764.
Mistero, luoghi oscuri, specchi e ritratti nascosti, passaggi segreti e personaggi maschili tenebrosi che affascinano, con la loro aria intrigante, giovani donne pure ed innocenti, hanno popolato da allora in poi la prosa ottocentesca, tanto da meritarsi anche delle farse scritte da autrici importanti e famose per le loro descrizioni di domestica banalità, come Jane Austen. La Romantica autrice inglese (e scrivo il termine Romantica in corsivo perché mi sembra una definizione poco adeguata, se non per il periodo storico in cui è vissuta), che, per contrasto, pone al centro del suo romanzo, Northanger Abbey, un’anti-eroina tra le prime che la storia letteraria ricordi. Catherine Moreland è bruttina, comune e senza alcuna preziosa e superba qualità; oggi la definiremmo, la ragazza della porta accanto.
Eppure dal romanzo gotico, anche se beffato e vituperato, nasce tutta una letteratura che molti hanno visto come sottogenere o sottoproduzione e che, forse, la maggior parte dei lettori colti ritiene popolare. Non sono d’accordo: è una letteratura che più di ogni altra rivela l’individuo, senza pretesa di definire o descrivere i sentimenti, ma solo cercando di darcene una visone quasi corporea.
Proprio dal gotico sono derivati i generi che ora più che mai sono di moda, ma anche e soprattutto quel modo di fare romanzi per rivelare paure e angosce che il nostro inconscio cela a noi stessi. Pensiamo a uno dei best seller del periodo gotico, precursore della fantascienza, Frankenstein di Mary Shelley (1818), scritto in una notte quasi per scommessa nel castello del medico italiano Polidori, a sua volta creatore di uno dei primi vampiri che la storia ricordi (Il Vampiro). Il debito comune di questi “autori di paura” è, ancora una volta, verso il genio di Shakespeare, che già faceva uso del “soprannaturale” per spiegare sogni e desideri o paure celate o ignote ad un pubblico incolto che andava a veder le sue opera per il prezzo di una birra. Le streghe e i fantasmi di Macbeth o il ben noto spettro di Hamlet altro non sono che proiezioni di ambizioni, paure e dubbi dei grandi protagonisti. Come spiegarli in un mondo senza scenari ed effetti speciali? Come spiegarli in un periodo in cui Freud ancora non aveva parlato del nostro inconscio?
Ecco l’avvento del soprannaturale in letteratura. E quindi, per tornare a Frankenstein, una ragazza diciottenne, dai celebri natali e di grande cultura, ma pur sempre adolescente, cerca di spiegare quello che rimane il problema irrisolto della nostra esistenza: perché la morte? Perché la sofferenza? Victor Frankenstein, scienziato fuori delle righe ed amante della ricerca, scopre il sistema di far risorgere un cadavere, di studiare come ridare vita a degli organi ritenuti morti e crea la creatura, non il mostro. Il mostro Frankenstein, così lo si chiamerà identificandolo con suo padre, diventa quando viene a contatto con la società, con gli altri, con l’esterno che non percepisce e non accetta il diverso perché mette in discussione e fa riflettere.
Ecco la prima tematica presente in Harry Potter, la morte. Si può non morire, e Voldemort non è morto, al contrario dei genitori di Harry. Il male è resuscitato.
Vita e morte, che per secoli e tutt’oggi sono il tema su cui fa perno questa letteratura definita minore, han preso sembianze diverse fin dal Medio Evo epoca in cui streghe, fate, demoni costituivano l’immaginario pauroso della gente, sotto la grande influenza della Chiesa e della Santa Inquisizione. Poi, con le scoperte geografiche e pseudo-scientifiche, altri personaggi hanno sostituito queste figure.
La mummia che unisce passato e presente, mondo reale e mondo dell’oltretomba, che cerca di riprendere le sembianze di creature vivente per riconquistare la sua amata; Dracula, Nosferatu, il vampiro, il non morto che vuol far tornare in vita la donna delle sua vita e che si nutre del sangue degli altri; gli zombi che dalla tomba minacciano i viventi e chiedono vendetta per le loro tristi fini.
E Voldemort si nutre delle anime dei deboli per riprendere la sua forza, del latte del serpente per ritornare malvagiamente in vita; Voldemort è una mummia, uno zombi avvolto in cappucci e mantelli che, come bende, lo proteggono e lo nascondono. E’ un “senza volto” che minaccia coloro che si frappongono fra lui e la sua ricostruzione.
Nessuno osa nominarlo per timore che solo il suono del suo nome possa richiamarlo in vita, così come il conte Dracula assume volti e sembianze, identità che fanno ripensare alla sua natura e alla sua casata, ma mai viene nominato con il suo vero terribile nome; così come la mummia non riprende il nome di quando era in vita. Signore è l’appellativo che tutti usano e Signore è un titolo che mostra reverenza e timore.
Eppure non sono sempre stati esseri negativi, crudeli, violenti. Diversamente dai primi eroi villain della storia del gotico, questi personaggi sono più reali nella loro impossibile esistenza, sono più shakespeariani per via di un fato che li domina e li porta alla distruzione .Sono esseri che hanno pagato con la vita la loro diversità e ora si vendicano con delitti efferati verso coloro che non sono stati toccati dalla stessa sorte. Il Tu–Sai–Chi nemico di Harry poteva essere un ragazzo qualunque, ma è finito nel Serpeverde ed ha evidenziato i suoi poteri negativi…..il cappello magico rimane perplesso anche davanti a Harry. Ha le potenzialità, ha il coraggio, ha il talento per diventare un Serpeverde, solo la sua volontà e l’amicizia che sente per Ron, il primo essere mano che gli abbia dimostrato affetto e simpatia, gli permettono di sfuggire al male.
Fin troppo facile dire quindi che l’amore vince; senza esagerare nei termini, il fatto di non sentirsi solo e di condividere le difficoltà con qualcuno al fianco, qualcuno non interessato, sicuramente infonde sicurezza.
Questa riflessione sulla possibilità di Harry di abbracciare la causa sbagliata ci porta ad un altro tema caro a questo sotto-genere di letteratura, il motivo della lotta o della convivenza di bene e male. Quale è il confine, è ovviamente impossibile dirlo: situazioni, tradizioni e culture cambiano e con questi anche il limite sottile tra i due aspetti delle azioni umane. Certo è che bene e male convivono in ognuno di noi sempre e che difficilmente riusciamo a distinguerli e/o a sceglierli. Heathcliff in Wuthering Heights, non è il villain a cui tanti romanzi gotici ci avevano abituati eppure porta alla rovina chi lo ama e lui stesso. Catherine rappresenta una sua proiezione, è Heathcliff stesso, come lei afferma in un colloquio con Nelly Dean la sua governante, e, forse, come alcuni sostengono, la vera villain della storia, Sì, perché è Nelli a celare l’amore confessatole da Catherine per Heathcliff e le lascia sposare Edgar Linton, causando la fuga di quel ragazzo scuro come il diavolo e selvaggio come le lande scozzesi in cui era cresciuto.
Il romanzo di Emily Brőnte, capolavoro del primo periodo vittoriano, non è certo considerato un romanzo del genere fantastico, eppure le due case, quella di Heathcliff e quella di Edgar, sono le vere protagoniste di questo lavoro, sono l’incarnazione di due estremi: del bene e del male, del razionale e dell’irrazionale o dell’istinto, della civiltà colonizzatrice e dei paesi da civilizzare.
La Londra dalle case tutte uguali con abitanti Babbani, rispettosi delle regole e delle convenzioni sociali come i Dursley, si contrappone, nell’immaginario di Harry, al castello dove c’è la scuola per maghi di Howgart, splendido, fatato, magico,impossibile e irrazionale.
E’ semplice, di conseguenza, vedere, in questi romanzi dell’800, una reazione a quel mondo Vittoriano conformista, utilitarista e ben pensante fino all’ipocrisia, una reazione che porta verso l’ignoto, l’irrazionale, il magico o, semplicemente, il diverso e, in Harry Potter, una fuga dal materialismo moderno.
Dunque si tratta di evasione. In Dr Jeckill and Mr Hyde Dr Jeckill voleva evadere dalla routine che lo vedeva buon dottore colto e raffinato e scelse il bruto, la bestia che c’era in lui e che lui “hid”, nascondeva. Scelse un essere piccolo, dalle lunghe braccia e dallo sguardo selvaggio, animale, per compire i suoi delitti, grazie anche ad un’influenza darwiniana di recente acquisizione. Scelse un mondo senza figure femminili, senza amore visto che il suo autore, Robert Louis Stevenson, una donna che governava la sua vita l’aveva trovata nel Nuovo Mondo e con lei aveva dovuto andarsene nelle famose isole dei mari del sud per poter convivere con la tubercolosi che lo tormentava. E Dorian Gray, similmente al suo autore Oscar Wilde, novello Dr Faustus, racchiuse il suo inconscio in una tela velata e riposta in uno studio, in soffitta per non doversi confrontare coi suoi crimini (The Picture of Dorian Gray) . Ma qual era il vero crimine? Oggi questi personaggi non sono neppure paragonabili ai moderni serial killer a cui tanta televisione e cinema ci hanno abituato. Il vero crimine di quegli uomini, colpiti da un destino preciso e inevitabile, sta nell’aver capito che la natura umana non è così facilmente comprensibile, nasconde facce imperscrutabili e verità che non vogliamo affrontare.
Il padre delle detective story e dell’horror, Edgar Allan Poe, già ci aveva messi in guardia: la paura è dentro di noi, non nel mondo esterno. Noi dobbiamo saperci accettare e poi saremo accettati. In noi convivono le forze del bene e del male.
Ecco il tema del sosia, del doppelgänger, come i tedeschi lo definiscono e come il loro grande E. T. A. Hoffamn ha descritto nei suoi racconti.
Doppio è Marlow che parla di Kurtz e fa una scelta ben diversa dall’uomo che tanto ammira, la cui voce penetra tutti i capitoli del libro senza rivelare, fino all’ultimo, la sua figura. Marlow sceglie la menzogna per vivere nella civiltà, eppure Heart of Darkness non è sicuramente un romanzo fantastico: è la vita reale, l’esperienza di Joseph Conrad un uomo che, come dice di Kurtz, tutta l’Europa aveva partecipato a creare.
Dunque il fantastico, il romanzo popolare conquista anche la letteratura definita alta ed entrambe portano avanti gli stessi temi.
Ma torniamo a Harry: ad un certo punto sembra che lui stesso sia l’altra faccia, ancora innocente e volta al bene, di Tu-Sai-Chi, quasi un innominato di manzoniana memoria, il cui nome mette timore nel momento stesso che lo si pronuncia. Entrambi sanno parlare ai serpenti e ne comprendono il sibillino linguaggio. Entrambi hanno coraggio da vendere e poteri di uguale forza. Harry percepisce l’attrazione al male, sente le voci, ma ha degli amici e evita di cadere nelle trappola. Il mondo magico di Howgart non basterebbe da solo, nonostante Silente, nonostante i professori, a difendere il bene. Harry, quindi, sfugge da quel mondo dei Dursley – conformista, materialista, bacchettone e ipocrita – per andare nel suo mando magico. Ma quasi come un novello Gulliver swiftiano, sbarca in un nuovo mondo, diverso, strano dove però solo apparentemente le cose filano dritte, e gli uomini finalmente vivono felicemente insieme.
Ecco il vero nucleo di ciò che volevo dire. Il modo di fate, maghi e streghe è, in fine, un’ennesima proiezione del mondo dei comuni mortali. Vestiti diversi con diversi strumenti, ma presi nella stessa lotta quotidiana tra bene e male.
Come non vedere quindi una satira alla Orwell in un mondo dove, nonostante si parli di poteri sovrannaturali, i maghi si fanno le scarpe, per usare un termine Babbano, tra loro come comuni mortali, gli insegnanti prendono le difese dell’uno o dell’altro alunno, evidenziando preferenze, come in una normale scuola. Anzi Piton, un nome una promessa, addirittura vorrebbe prendere un altra cattedra, ma chissà per quale strana graduatoria, non riesce a ottenere il trasferimento tanto agognato. Ed un insegnate nel primo libro, l’insegnante di Difesa Contro le Arti Oscure, il Professor Raptor, altri non è che il male stesso, nascosto sotto uno strano turbante.
Questo è sicuramente un argomento noto a J.K. Rowling, insegnante di inglese che perse il posto – questo è gergo da insegnanti – nel periodo dei grandi tagli alle istituzioni pubbliche, il periodo del primo ministro inglese Margareth Tatcher. Non voglio assolutamente disquisire su meriti o demeriti politici perché non ne sono in grado. Sta di fatto che, leggenda vuole, la Rowling si sia trovata senza lavoro e con una figlia piccola e abbia iniziato a scrivere le sue storie di una mondo fantastico sui tovagliolini di carta in un bar. La sua cultura è evidente in ogni pagina. Ho già menzionato alcune celebri citazioni e alcuni riferimenti, ma senza dubbio la tradizione del romanzo anglosassone è ben nota a questa attenta scrittrice ed osservatrice della realtà e non solo dell’infanzia.
Per altro l’Inghilterra, e il mondo nordico in genere, ama molto lo stile favola per trasmettere i propri messaggi più o meno scomodi. La letteratura per bambini è stata sempre considerata con interesse e con attenzione come genere a sé e molti dei libri che ora si annoverano tra i capolavori del nostro tempo e che sopravvivono ai cambiamenti e alle mode, sono nati come libri per bambini. Le leggende celtiche oralmente tramandate da una generazione a quella successiva e quelle medioevali hanno sempre avuto molto presa sull’immaginazione dei giovani. Pensiamo a Beowulf e la lotta del leviatano che Harry deve sostenere la ricorda (The Chamber of Secrets); re Artù nella sua mitica Camelot, castello da favola, dove però anche lì tradimento e rovina stanno in agguato. Per citare alcuni esempi molto significativi, riprendiamo l’antiutopico Gulliver’s Travels di Jonathan Swift, che ha dato vita ad una serie di viaggi verso un ignoto visto come soluzione ai mali della civiltà, per poi scoprire, con amara delusione, di trovarsi in una ancor più ipocrita replica del mondo quotidiano. Le tristi e significative fiabe di Oscar Wilde celano, nel loro finale, la triste disillusione di aver salvato un mondo, di avere aiutato chi ne aveva bisogno. Le strane nonsensical storie di Louis Carrol, proiettano una giovanetta all’interno di mondi sorprendenti (Alice in Wonderland, Alice through the Mirror), ma c’è sempre una regina folle che vuole tagliar la testa a chi non l’ubbidisce, a chi non si conforma allo status quo. Il ben noto Peter Pan di Du Barrie anche nella sua Neverland è inseguito dall’inesorabile ticchettio del tempo nella enorme pancia di un temibile coccodrillo.
Non è dunque una novità usare il mondo dei bambini per cercare di rivelare ai nostri stessi occhi il mondo in cui viviamo.
Ben più crudelmente la favola di Orwell, La Fattoria degli Animali, descrive un mondo dove sono proprio gli animali a creare una società senza l’uomo, colpevole di divisioni e sfruttamenti. Eppure alla fine i maiali cammineranno su due zampe….ma il comandamento non diceva 4 zampe buono, 2 zampe cattivo?
Per non parlare dei vari ministeri del mondo magico di Harry Potter, con strani nomi e dalle funzioni inutili, incomprensibili e impossibili; ci fanno venire in mente i tragici ministeri di Orwell, nel catastrofico futuro – ormai certa realtà – di 1984. Il ministero della pace decide la guerra, quello della cultura procede a cambiare la verità storica e la lingua viene manipolata, ridotta, resa incomunicabile. E i ministri di tutto si preoccupano tranne che di fare il loro mestiere, ma non basta, si danneggiano e “duellano” tra loro.
Anche nel mondo fatato di Harry si può cancellare la memoria, come nel crudele, angosciante Eurasia di Winston Smith: durante il campeggio che precede il torneo mondiale di Quidditch (Harry Potter and The Goblet of Fire) il guardiano Babbano non deve comprender cosa veramente sta capitando e ogni tanto gli vengono cancellati il senso del tempo e dello spazio. Dopo la partita, del resto, orde di Mangiamorte volano sopra i cieli del grande campo e fanno stragi, distruggono, novelli hooligans sempre presenti nelle nostre domeniche.
C’è divisione di classi nel mondo di Harry e non bastano le magie per far quadrare i conti ai signori Weasley che, con la loro marea di figli tutti dai capelli rossi e dal viso lentigginoso, stentano a sbarcare il lunario. Dunque, non esiste la perfezione e, indagando un po’ meglio e con più rispetto storico-politico, forse si potrebbero veder nei singoli personaggi, o almeno in alcuni di essi, precisi riferimenti a persone reali, partendo da Voldemort ovviamente, che così tanto ha cambiato la vita, dapprima in peggio e poi in meglio, a Harry Potter e di J. F. Rowling.
Insomma, in questo mondo di streghe, maghi, folletti, mezzi giganti buoni, unicorni, fantasmi burloni e quadri parlanti, esistono anche scale che si muovono, troll, lupi mannari (un tempo buoni, ma che la situazione ha reso violenti), topi traditori, ragni carnivori e serpenti parlanti.
Ogni medaglia ha il suo rovescio e Harry, nuovo tipo di detective senza pistola e senza “scientifica” alle spalle deve combattere il crimine con l’aiuto degli altri sprovveduti amici. Anche questa citazione del “piccolo”detective che cerca di scoprire la verità non è nuova in questo tipo di narrativa e ovviamente fa parte di quella categoria di detective senza macchia e senza paura – e senza moglie – che popolano la nostra letteratura e non solo, anche i nostri piccoli e grandi schermi. Anche Harry è un Hardy Boy ed Hermione la sua Nancy Drew di tanti romanzi gialli per ragazzi, però la loro impresa è ancor più ardua perché i loro criminali non hanno una connotazione fisica, né connotazione sociale sono ben difficili da individuare. Sono in loro.